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Maggio 3, 2019

Essere madre: la sufficienza è abbastanza!

Essere madre è un compito "impossibile". Non perché non si possa fare, ma perché comporta delle sfide che non si possono mai considerare del tutto risolte. Freud stesso definì il compito di educare come "impossibile", insieme a quello di governare e di curare.

Impossibile perché devi lasciar andare una creatura che è nata da te; impossibile perché devi passare dall'essere indispensabile all'essere opzionale; impossibile perché devi mettere da parte le tue aspettative su chi tuo figlio dovrebbe essere; impossibile perché devi riprogrammarti continuamente nella relazione con un figlio che cresce e cambia.

Eppure, nonostante questa "impossibilità", le madri ci sono, e fanno del loro meglio ogni giorno.

Il problema è che spesso le madri si sentono in dovere di essere perfette. La perfezione però non esiste, e rincorrerla è fonte di grande frustrazione e senso di colpa. Per fortuna, Winnicott ci viene in aiuto con il suo concetto di "madre sufficientemente buona". Non una madre perfetta, ma una madre che è "abbastanza".

Ma cosa fa una madre sufficientemente buona?

Distingue i propri bisogni da quelli dei figli, riconoscendo che sono persone separate da lei, con desideri e necessità proprie.

Riconosce il diritto del figlio alla propria unicità, senza proiettare su di lui le proprie aspettative o i propri sogni irrealizzati.

Perde tempo giocando, perché sa che il gioco è il linguaggio dei bambini e che quei momenti apparentemente "improduttivi" sono in realtà preziosissimi per la relazione.

Mette in discussione le proprie idee, perché sa che essere genitore è un percorso di crescita continuo, e che le certezze granitiche possono diventare muri che impediscono di vedere il figlio per quello che è davvero.

Ascolta e accoglie, le emozioni del figlio, anche quelle scomode, anche la rabbia, anche la tristezza, senza minimizzare né drammatizzare.

È serena al di là della maternità, perché sa che per essere una buona madre ha bisogno di essere anche una donna realizzata, con i propri spazi, i propri interessi, le proprie relazioni.

Si fida del padre, riconoscendogli un ruolo importante e complementare al proprio, senza sostituirsi a lui né svalutarlo.

Impara l'arte del consolare, che non è togliere il dolore ma stare accanto a chi soffre, offrendo la propria presenza come porto sicuro.

Bilancia vicinanza e distanza, perché sa che il figlio ha bisogno sia di sentirsi protetto sia di sperimentare la propria autonomia.

Sbaglia, ma ripara, perché sa che gli errori sono inevitabili e che ciò che conta davvero è la capacità di riconoscerli e di rimediare, insegnando così al figlio che le relazioni possono sopravvivere ai conflitti.

Accetta di conoscersi in profondità, perché sa che solo chi conosce se stesso può davvero conoscere e accompagnare un altro essere umano nella crescita.

La sufficienza, in questo caso, non è mediocrità: è la consapevolezza che non serve essere perfette per essere buone madri. È la libertà di poter sbagliare senza sentirsi inadeguate, di poter chiedere aiuto senza sentirsi deboli, di poter essere se stesse senza sentirsi in colpa.

Concludo con una citazione di Recalcati che mi sta molto a cuore, su ciò che resta insostituibile della madre:

"Ciò che resta insostituibile è la testimonianza che può ancora esistere, nel nostro tempo, una cura che non sia anonima... Non esiste amore per la vita in generale... Esiste solo amore per uno a uno, amore per il nome proprio."

Ecco allora: la sufficienza è abbastanza. Anzi, è tutto ciò di cui un figlio ha davvero bisogno.

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